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Aggiornamento Torino. Scritte su sedi PD e de La Stampa
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11.05.2009

Aggiornamento Torino. Scritte su sedi PD e de La Stampa

Scritte su Calabresi. Le menzogne interessate di certa stampa

Ce lo aspettavamo. Niente da dire. Ci aspettavamo che certa stampa avrebbe
usato a proprio comodo pacchi esplosivi e ordigni nei cassonetti
dell’immondizia firmati con una sigla identica alla nostra. Pacchi e
ordigni che mettono a repentaglio, al di là delle roboanti dichiarazioni
che li accompagnano, solo l’incolumità di ignari ed innocenti passanti,
impiegati delle poste, segretarie e spazzini. Merda. Senza se e senza ma.

Trasformare delle semplici scritte sui muri in atto eversivo,
terroristico, mescolare sapientemente nel medesimo articolo il nostro
gruppo, la Federazione Anarchica Torinese – FAI, con le strutture
dell’avanguardismo militarista, è un’operazione che ha il solo scopo di
nascondere le ragioni di quelle scritte. Ma non solo. Mestare nel torbido
serve a preparare il terreno per qualche operazione giudiziaria che tappi
la bocca a chi non si presta, lo ribadiamo, “all’equiparazione tra vittime
e carnefici fatta da Giorgio Napolitano. Unire nella stessa cerimonia la
vedova di Pino e quella del suo assassino, il commissario Luigi Calabresi,
è il segno di una storia che si vuol chiudere all’insegna di una
pacificazione impossibile, vergognosa, inaccettabile.”
Non è un caso che su Repubblica si intervisti uno come Maurizio Laudi, che
ancora pontifica sugli anarchici, dopo aver distrutto la vita di Edoardo
Massari e Soledad Rosas, imprigionati con accuse gravissime, poi
rivelatesi un castello di carte. Peccato che quando il teorema Laudi è
caduto i due anarchici fossero morti suicidi in carcere.

Politici e media vogliono che cali il silenzio sulle stragi di Stato che
hanno insanguinato l’Italia per oltre un decennio, assassinando decine di
persone da piazza Fontana alla stazione di Bologna. Per non dire dei
compagni ammazzati nelle piazze dalla polizia. Oggi è il 12 maggio. In un
altro 12 maggio, quello del ’77, in un corteo a Roma Giorgiana Masi muore
sotto i colpi di un poliziotto.

A quarant’anni dalla strage di piazza Fontana e dall’assassinio di
Giuseppe Pinelli nei locali della questura di Milano il copione è sempre
lo stesso. Gli anarchici sono stupidi e criminali, il perfetto capro
espiatorio per la strage che lo Stato organizzò per frenare l’onda lunga
delle lotte che a scuola e in fabbrica avevano messo a dura prova un
sistema politico e sociale di sfruttamento e oppressione.
L’operazione fatta da Napolitano, l’accostare il durissimo scontro sociale
del Sessantotto e Sessantanove con l’avanguardismo militarista delle
formazioni armate, serviva ieri e serve ancor più oggi a criminalizzare le
lotte sociali.
Lo Stato cerca di assolvere se stesso, con un’operazione che, lungi dal
chiarire le responsabilità, le seppellisce in un mare di retorica.

“L’umana pietà per i morti, per tutti i morti, non può mutare di segno
allo scontro irriducibile che, in quegli anni, contrappose sfruttati e
sfruttatori, oppressi ed oppressori, servi dello Stato e suoi irriducibili
nemici.”
Lo stesso scontro che oggi come allora trova gli anarchici nelle strade,
nei quartieri, nelle scuole, nelle fabbriche a fianco di chi lotta per la
giustizia sociale e per la libertà.
 

“Calabresi assassino. Pinelli assassinato. Nessuna pace con lo Stato. FAI” questa scritta è comparsa su alcune sedi del partito di Napolitano, il PD, e sul palazzo del quotidiano La Stampa in via Marenco.

Un reporter di passaggio ha scattato alcune foto delle sedi PD di via Cervino, via Beaulard, via Mazzini e dei muri de La Stampa in via Marenco.

Calabresi assassino, Pinelli assassinato. Sede PD, via Beaulard
Calabresi assassino, Pinelli assassinato. Sede PD, via Beaulard


Di seguito il testo diffuso oggi dalla FAI torinese sulla equiparazione tra vittime e carnefici fatta da Giorgio Napolitano in occasione della giornata dedicata alle vittime del terrorismo, in cui ha invitato la vedova dell’anarchico Pino Pinelli e quella del suo assassino, il commissario Luigi Calabresi.


 


Pinelli. Nessuna pace con lo Stato


 


Torniamo indietro. A quel dannato 15 dicembre del 1969, il giorno che Giuseppe Pinelli venne ammazzato nella questura di Milano, nella stanza del commissario della “squadra politica” Luigi Calabresi.


Tre giorni prima una bomba di Stato aveva fatto strage di 17 persone nella banca dell’agricoltura di piazza Fontana. Immediatamente era scattata la caccia all’anarchico: decine e decine di compagni erano stati fermati e portati in questura e sottoposti a martellanti interrogatori. Giuseppe Pinelli, partigiano, ferroviere, sindacalista libertario, attivo nella lotta alla repressione, era uno dei tanti. Uno dei tanti che in quegli anni riempivano le piazze per farla finita con lo sfruttamento e l’oppressione.


 


Il copione venne preparato con cura ed eseguito a puntino. Un sistema politico e sociale che aveva imbalsamato la Resistenza, represso la protesta operaia e contadina, stava traballando sotto la pressione delle lotte a scuola e in fabbrica.


La strage di piazza Fontana, la criminalizzazione degli anarchici, l’assassinio di Giuseppe Pinelli furono la risposta dello Stato al movimento del Sessantotto e del Sessantanove.


Solo la forza di quel movimento impedì che il cerchio si chiudesse, che gli anarchici venissero condannati per quella strage, la prima delle tante che insanguinarono l’Italia.


Quelle stragi, maturate nel cuore stesso delle istituzioni “democratiche”, miravano ad imporre una svolta autoritaria, a dittature feroci come quelle di Grecia, Argentina, Cile. Basta con la favola dei “servizi segreti deviati”! Gli stragisti sedevano sui banchi del governo. Uomini dei servizi e poliziotti come Calabresi obbedivano fedelmente alle direttive dello Stato.


La stessa scelta della lotta armata, che pur buona parte degli anarchici non condivise per il suo carattere avanguardista e militarista, scaturì dal timore che un nuovo fascismo fosse alle porte. Fu anche una risposta alle stragi e alla repressione.


 


Dopo 40 anni lo Stato cerca di assolvere definitivamente se stesso, mettendo sullo stesso piano i carnefici e le vittime. Non è un caso che il protagonista sia Giorgio Napolitano, che, come il suo collega Violante, riscrive la storia mettendo sullo stesso piano le ragioni dei carnefici e quelle delle vittime.


Invitare alla stessa cerimonia la vedova di Pino e quella del suo assassino è il segno di una storia che si vuol chiudere all’insegna di una pacificazione impossibile, vergognosa, inaccettabile. L’umana pietà per i morti, per tutti i morti, non può mutare di segno allo scontro irriducibile che, in quegli anni, contrappose sfruttati e sfruttatori, oppressi ed oppressori, servi dello Stato e suoi irriducibili nemici.


 


Nella notte tra il 6 e il 7 maggio, nel Centro di Identificazione e Espulsione (CIE) di Ponte Galeria a Roma una donna si è impiccata nei bagni. Si chiamava Nabruka Mimuni, era un’immigrata tunisina in Italia da 20 anni. Quel giorno avrebbe dovuto essere deportata ma ha scelto di morire dove aveva deciso di vivere. Nabruka è stata uccisa dalle leggi razziste della democrazia italiana.


Poco più di dieci anni fa una legge dello Stato istituì le prigioni per migranti, i Centri come quello dove è morta Nabruka. In tanti sono stati uccisi da quella legge: migliaia e migliaia inghiottiti dal mare dove viaggiano le carrette dei senza carte.


Quella legge portava anche la firma di Giorgio Napolitano. Lo stesso che oggi versa lacrime di coccodrillo sui morti di quarant’anni fa.


Tra qualche decennio nessuno ricorderà Nabruka e i tanti come lei. Se così non fosse un presidente della Repubblica dall’animo gentile vorrà un incontro tra i parenti di Nabruka e quelli di Napolitano?


Vorrà che i parenti degli assassini facciano pace con i parenti delle vittime?


Non c’è altra democrazia che la democrazia reale, quella fatta di stragi, morti nelle piazze, nelle questure, nelle prigioni, sui posti di lavoro dove, per legge, chi uccide se la cava con una multa.


 


Nessuna pace con lo Stato!


Pinelli è Stato ammazzato. Calabresi era uno degli assassini.


 


Federazione Anarchica Torinese – FAI


Corso Palermo 46 Torino – la sede è aperta ogni giovedì dalle 21 in poi


fai_to@inrete.it


338 6594361


Sui muri de La Stampa
Sui muri de La Stampa


Nessuna pace con lo Stato. Via Cervino sede PD
Nessuna pace con lo Stato. Via Cervino sede PD


Via Cervino sede PD
Via Cervino sede PD


Via Mazzini. Sede PD
Via Mazzini. Sede PD