Quella di martedì è stata una giornata di tensione anche dentro al
Centro di Crotone. Due reclusi sono saliti sul tetto minacciando di
buttarsi, altri due sulle recinzioni metalliche che circondano la
struttura. Un altro si è tagliato le mani e la pancia con una lametta.
E non è la prima protesta dentro al Cie calabrese dal momento
dell’entrata in vigore del “pacchetto sicurezza”: già ad agosto c’era
stato uno sciopero della fame di tre giorni. In serata è tornata la
calma ma, come in quasi tutti gli altri Centri sparsi per lo stivale,
siamo sicuri che non durerà molto.
Nuova lunga udienza, ieri, del processo per la rivolta di via
Corelli. La novità più grossa: uno degli imputati, Lacine, è già stato
trasferito agli arresti domiciliari mentre per Jawad è una questione di
ore. Priscilla, invece, aspetta una risposta a breve.
Durante
l’udienza sono stati interrogati un carabiniere e due vigili del fuoco,
e questi ultimi hanno fornito una ricostruzione dell’accaduto
abbastanza differente da quella proposta dai carabinieri e dai
poliziotti sentiti fino ad ora. Il processo, oramai, è agli sgoccioli:
la prossima udienza sarà l’8 di ottobre, e in quella occasione saranno
ascoltati gli imputati. E poi arriverà la sentenza, probabilmente già
il 13 di ottobre.
Lunedì scorso due deputati e tre senatori del Partito Democratico
hanno visitato il Cie di Gradisca d’Isonzo. Alle dieci del mattino,
senza fotografi né giornalisti, sono entrati nella struttura
accompagnati dal direttore. La visita è durata un paio d’ore e molti
reclusi sono riusciti a parlare direttamente con i cinque, raccontando
loro della
durezza delle condizioni di detenzione e
delle botte volate durante le proteste del lunedì precedente.
Qualcuno tra i reclusi, poi, ha accusato i parlamentari in visita di
essere corresponsabili delle leggi contro i senza-documenti, e
soprattutto dell’esistenza stessa dei Centri. Questa saggia malfidenza
verso i politici si è rafforzata qualche ora dopo quando al
Telegiornale regionale è stata trasmessa l’intervista ad uno dei 5
parlamentari, che ha elogiato la professionalità del personale del
Centro ed invocato lo sveltimento delle procedure di espulsione
deprecando l’eccessiva permanenza all’interno dei Cie, senza
soffermarsi molto sui pestaggi del 21.
Sta il fatto, però, che la resistenza dei detenuti sta dando i suoi frutti. La
documentazione circolata in rete, il
video delle cariche pubblicato su youtube,
le pagine dei giornali sulla repressione di lunedì,
l’attenzione continua rispetto a ciò che succede dentro alle mura del Centro ha intimidito di molto la polizia e i soldati di guardia che
ora stanno attentissimi a quel che fanno.
Prosegue lo
sciopero della fame a Roma,
ed è il terzo giorno. La situazione è pesante. Ieri sera, qualche
minuto dopo i nostri ultimi contatti con dentro, un detenuto è svenuto
e poi un altro si è tagliato le vene, e poi altri ancora hanno
cominciato a tagliarsi. Fino all’una di notte, due ore di protesta e
disperazione: il pavimento, “un tappeto rosso”. Il ragazzo più grave è
stato curato sommariamente in infermeria e riportato nella sua cella:
oggi è lì, mezzo morto, insieme ai suoi compagni. Ha perso molto sangue
ed ha dei momenti di incoscienza.
Per contro,
dopo la sceneggiata di ieri e l’espulsione a sorpresa di Miguel,
la polizia non si è fatta più vedere. I detenuti, però, sanno che è
nascosta dietro l’angolo, pronta ad intervenire non appena la protesta
salirà di tono.
Ascolta il racconto della serata di ieri e della giornata di oggi:
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Ascolta un appello in lingua araba su queste giornate di sciopero:
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Continuano ad aggiungersi dettagli sull’
evasione di domenica scorsa dal Cie di Torino.
Ora sappiamo per certo che si è trattato di un tentativo veramente
collettivo. Quando i reclusi intravedono una possibilità, vale a dire
un cancello aperto, iniziano
tutti a spingere per uscire
dalla gabbia. Prima che i militari riescano a chiudere il cancello,
grazie alla spinta collettiva, quattro reclusi riescono a scappare e a
dirigersi verso il muro che separa l’area dal cantiere del raddoppio.
Qui, il primo si china per permettere agli altri di scavalcare salendo
sulla sua schiena, un raro esempio di altruismo e di vero e proprio
amore per la libertà. Uno ce la fa, ed è quello che è ancora uccel di
bosco, ma gli altri tre vengono presi e, come sappiamo, picchiati fino
a farli sanguinare e infine arrestati con l’accusa di resistenza e
lesioni. Dopo due notti al carcere delle Vallette di Torino, proprio
oggi i tre sono stati “scarcerati”, ovvero rinchiusi di nuovo al Cie di
corso Brunelleschi. Ora, chiaramente, rischiano di essere espulsi prima
che il processo cominci veramente.
Un altro recluso che rischia di essere espulso è
Mimì, il ragazzo picchiato da due Alpini un paio di settimane fa.
Dopo il pestaggio, Mimì ha sporto denuncia contro i due militi ignoti,
ma per la legge italiana questo non è sufficente a sospendere
l’espulsione. Per capirne qualcosa di più, ascolta l’intervista con
l’avvocato di Mimì.