09.09.2009
news sull’occupazione Croce rossa
Torino - Assemblea alla Croce Rossa occupata
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8 settembre.
Una quindicina di antirazzisti, desiderosi di fare il punto su di un mese di resistenza al Pacchetto Sicurezza, entrano nella sede del Comitato Regionale della Croce Rossa di via Bologna a Torino e - armati di sedie, megafono, registratore, pizzette, striscioni e volantini - si accomodano per dare vita ad una assemblea pubblica. I due poliziotti di guardia intervengono a cose fatte perché al momento dell’irruzione erano impegnatissimi a svuotarsi le narici da vecchie e solidissime incrostazioni: riescono solo a chiudere i cancelli, cercando di non fare entrare altra gente. In rapida successione si presentano sul posto numerosi agenti della Digos, compagni interessati all’assemblea, camionette della Celere ma dopo una mezz’ora di tira e molla i cancelli si riaprono e si può cominciare.
Intanto, qualcuno tra gli occupanti fa irruzione in una stanza a lato del cortile dove si sta tenendo un corso per aspiranti volontari e spiega ai presenti le proprie ragioni: ma proprio mentre si sta cominciando a discutere, la Digos trascina via i contestatori e da qual momento in poi la lezione continuerà protetta da un cordone di celerini alla porta. Oramai gli occupanti in assemblea sono una una quarantina, con intorno i crocerossini che passano, si fermano ad ascoltare, ripartono: qualcuno solidarizza di nascosto, altri non ne vogliono proprio sapere. Vengono fatte ascoltare alcune testimonianze registrate nei Cie gestiti dalla Croce Rossa e letti alcuni appelli, ci si racconta le novità di questi ultimi giorni di resistenza e lotta dentro ai Centri. Dopo un paio d’ore l’assemblea finisce, e si telefona ad alcuni reclusi in vari Cie italiani con cui si è in contatto per raccontare l’iniziativa, che dentro dicono di apprezzare moltissimo. Nel frattempo, e a più riprese, fa anche capolino ma sempre da lontano il solito Massimo Numa. Qualcuno lo riconosce, lo insegue, gli urla dietro, e lui si spaventa e scappa ancora una volta sgommando, questa volta a bordo di una Fiat Stilo di colore grigio scuro - guidata da non si sa chi - in tasca il suo pane quotidiano: le veline della Digos da cui trarrà il solito, mediocre articolo.
Poi, alle 22.30, escono gli aspiranti volontari, che erano stati invitati a fermarsi all’assemblea da un ulteriore intervento in aula.
A molti di loro evidentemente il tema non interessa, visto che neanche si fermano. Quei pochi che rimangono a parlare sono scettici, mettono in discussione l’autenticità delle testimonianze, negano l’evidenza, attribuiscono le responsabilità dei maltrattamenti a poche mele marce, arrivano a dire che comunque non possono denunciare i pestaggi per tutelare la privacy del pestato. Sono preparati, questi studenti, pronti per entrare nei Centri. I più deboli di stomaco tra gli antirazzisti iniziano a raccogliere le sedie e le pizzette avanzate, e in poco tempo il gruppo di contestatori se ne va.
Una quindicina di antirazzisti, desiderosi di fare il punto su di un mese di resistenza al Pacchetto Sicurezza, entrano nella sede del Comitato Regionale della Croce Rossa di via Bologna a Torino e - armati di sedie, megafono, registratore, pizzette, striscioni e volantini - si accomodano per dare vita ad una assemblea pubblica. I due poliziotti di guardia intervengono a cose fatte perché al momento dell’irruzione erano impegnatissimi a svuotarsi le narici da vecchie e solidissime incrostazioni: riescono solo a chiudere i cancelli, cercando di non fare entrare altra gente. In rapida successione si presentano sul posto numerosi agenti della Digos, compagni interessati all’assemblea, camionette della Celere ma dopo una mezz’ora di tira e molla i cancelli si riaprono e si può cominciare.
Intanto, qualcuno tra gli occupanti fa irruzione in una stanza a lato del cortile dove si sta tenendo un corso per aspiranti volontari e spiega ai presenti le proprie ragioni: ma proprio mentre si sta cominciando a discutere, la Digos trascina via i contestatori e da qual momento in poi la lezione continuerà protetta da un cordone di celerini alla porta. Oramai gli occupanti in assemblea sono una una quarantina, con intorno i crocerossini che passano, si fermano ad ascoltare, ripartono: qualcuno solidarizza di nascosto, altri non ne vogliono proprio sapere. Vengono fatte ascoltare alcune testimonianze registrate nei Cie gestiti dalla Croce Rossa e letti alcuni appelli, ci si racconta le novità di questi ultimi giorni di resistenza e lotta dentro ai Centri. Dopo un paio d’ore l’assemblea finisce, e si telefona ad alcuni reclusi in vari Cie italiani con cui si è in contatto per raccontare l’iniziativa, che dentro dicono di apprezzare moltissimo. Nel frattempo, e a più riprese, fa anche capolino ma sempre da lontano il solito Massimo Numa. Qualcuno lo riconosce, lo insegue, gli urla dietro, e lui si spaventa e scappa ancora una volta sgommando, questa volta a bordo di una Fiat Stilo di colore grigio scuro - guidata da non si sa chi - in tasca il suo pane quotidiano: le veline della Digos da cui trarrà il solito, mediocre articolo.
Poi, alle 22.30, escono gli aspiranti volontari, che erano stati invitati a fermarsi all’assemblea da un ulteriore intervento in aula.
A molti di loro evidentemente il tema non interessa, visto che neanche si fermano. Quei pochi che rimangono a parlare sono scettici, mettono in discussione l’autenticità delle testimonianze, negano l’evidenza, attribuiscono le responsabilità dei maltrattamenti a poche mele marce, arrivano a dire che comunque non possono denunciare i pestaggi per tutelare la privacy del pestato. Sono preparati, questi studenti, pronti per entrare nei Centri. I più deboli di stomaco tra gli antirazzisti iniziano a raccogliere le sedie e le pizzette avanzate, e in poco tempo il gruppo di contestatori se ne va.
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Martedì 8 settembre. In via Bologna, al 171, c’è la sede della Croce
Rossa. Un’organizzazione umanitaria che gestisce il CIE di Torino e tanti
altri in Italia. Anche a Torino, intorno a ferragosto, i prigionieri si
sono ribellati alla nuova legge che estende la reclusione da due a sei
mesi.
Il cortile della CRI, intorno alle 20,30 è occupato da un folto gruppo di
antirazzisti.
La digos arriva in forze, il cancello si chiude, separando gli
antirazzisti dentro da quelli fuori. Sopraggiungono anche gli uomini
dell’antisommossa, infilano il casco, agguantano gli scudi e brandiscono i
manganelli.
L’aria si fa pesante. Poi di colpo cala la tensione e il cancello si apre.
Qualche sedia, un megafono, roba da bere e da mangiare, ed è subito
assemblea. Un’assemblea sui CIE, su quest’estate di rivolta e resistenza
nelle gabbie per immigrati, sulla solidarietà a chi lotta.
In fondo al cortile c’è l’aula dove aspiranti volontari seguono un corso.
Gli antirazzisti vorrebbero entrare, raccontare le storie del CIE, di una
prigione per senza carte, uomini e donne, colpevoli di essere nati nel
posto sbagliato, là dove guerra e povertà si rubano la vita di tanti, di
troppi. Gabbie dove soprusi e violenze sono il pane quotidiano per gli
immigrati rinchiusi sino alla deportazione verso la fame, la prigionia, la
ferocia dei mercanti d’uomini.
Davanti all’aula si schiera la celere. Poi esce un responsabile della CRI
e offre ad una delegazione di tre la possibilità di entrare a fine
lezione.
L’assemblea continua nel cortile della CRI. Si intrecciano i racconti, le
storie di resistenza. Come a Milano, dove in 14 sono alla sbarra per la
rivolta di agosto. Ma non sono soli, perché il processo a loro carico si
sta trasformando in un atto di accusa contro i loro carcerieri. Anche lì,
in via Corelli a Milano, sono uomini della Croce Rossa.
A fine lezione una compagna entra nell’aula, legge la testimonianza di un
recluso di Ponte Galeria, ricorda le responsabilità della CRI e invita
tutti ad unirsi al confronto che continua nel cortile. Qualcuno protesta,
altri annuiscono, tutti salutano e ringraziano. Ma solo pochi si fermano
all’assemblea, che presto si rompe in tanti capannelli. Frammenti di
dialogo e muri di incomprensione si frammischiano.
Il responsabile della CRI, tale Mura, nega ogni responsabilità, sostiene
che loro quel lavoro lo fanno meglio di altri. Gli stessi argomenti usati
da Mauro Maurino del consorzio Connecting People, in gara per la gestione
del CIE di Torino, quando la scorsa primavera gli venne occupato
l’ufficio.
Gli aguzzini si somigliano un po’ tutti.
Gli antirazzisti se ne vanno gridando “vergogna”.
Domani è un altro giorno. Di resistenza.

