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proposta dell’Assemblea Permanente NO F-35 PER INFO: info@nof35.org
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20.01.2010

proposta dell’Assemblea Permanente NO F-35 PER INFO: info@nof35.org

Questo documento in allegato è la proposta di dibattito formulato dall'Assemblea Permanente NO F-35, su cui vorremmo convocare un Convegno subito dopo la tornata elettorale (fra la fine di Marzo e la quindicina di Aprile).


Pensiamo che il convegno debba essere preceduto da una serie di incontri e discussioni a cui ci dichiariamo sin da ora disponibili.

Questo perché vorremmo che il convegno nascesse da un ampio dibattito condiviso da più situazioni che concorressero all’analisi ed alla preparazione dello stesso.

Da li partire con una serie di iniziative più o meno ampie, una sorta di campagna generale che coinvolga tutto il movimento.
A risentirci presto per comunicarvi data e luogo del convegno.

Un abbraccio

FATE GIRARE TRA LE VOSTRE LISTE ED I VOSTRI CONTATTI GRAZIE

Assemblea Permanente NO F-35 PER INFO: info@nof35.org
 



Un salto di qualità



La fase.
 


La fase che viviamo è contraddistinta da una spiccata tendenza, nel campo cosiddetto occidentale, a prediligere politiche imperiali di presenza militare in aree geografiche che non sono ancora allineate alle nuove esigenze del mercato mondiale, fatto dovuto anche al loro retaggio culturale derivato in sostanza da politiche di spartizione postcoloniale. A questa necessità oggettiva del capitale si somma una necessità di consumo della produzione e dell’apparato militare (gli armamenti invecchiano tecnologicamente e quindi vanno velocemente consumati nel tempo). Di fatto l’industria bellica è il solo motore dell’economia  imperiale in termini scientifici e tecnologici. Questa necessità determina tre condizioni indispensabili all’assetto mondiale: lo spostamento dei teatri di guerra dai territori dell’occidente (il centro dell’impero) a territori distanti; il progressivo coinvolgimento diretto di tutte le entità nazionali nella produzione e nelle avventure militari; il consenso/assenso delle popolazioni occidentali, spontaneo o coatto. Per  ottenere questo consenso il capitale ricorre ad una sorta di aggregato affaristico-militare che si basa da una parte sulla rigenerazione di denaro attraverso operazioni finanziarie e speculative con annesso un aggressivo drenaggio di risorse pubbliche e dall’altra sulle produzioni prettamente belliche, spacciate come nuova fonte occupazionale. Certo l’importanza dell’industria manifatturiera civile è ancora enorme, ma sottostà a questa linea di tendenza e soprattutto non possiede più il supporto della ricerca e dell’innovazione che invece è prerogativa dell’industria bellica e solo di conseguenza si trasforma in tecnologia ad uso civile (l’esempio della Banda Larga-Internet è emblematico). Le multinazionali militari hanno inoltre necessità di distruggere degli assunti culturali che permeano le società occidentali ed in special modo quella italiana, ovvero i valori che, nati dalla Resistenza, hanno dato vita alla Costituzione. Valori che si basano sulla convivenza civile, sulla solidarietà, sul ripudio della guerra, con un carattere pacifico e di dialogo tra diversi. Chi si oppone a questa tendenza viene demonizzato, accusato di fiancheggiare il terrorismo, represso attraverso un insieme di legislazioni che contraddicono il dettato costituzionale. Si genera un clima di odio tra la popolazione fomentato ad arte dai mass-madia dove lo Stato gioca il suo ruolo repressivo e di controllo.


Diviene evidente la necessità di una battaglia il cui orizzonte sia ampio ed affondi le sue ragioni sulla dimensione globale che la società altra, la società che vorremmo, dovrebbe assumere. Bisogna quindi trovare parole d’ordine e contenuti che siano validi  e sostenibili da tutto il movimento nel suo insieme. Il Patto di Mutuo Soccorso, che pure ha funzionato in tempi recenti, non basta più per rispondere all’attacco alla democrazia ed al diritto a manifestare dissenso, che l’avversario sta dispiegando con l’ausilio della propaganda culturale ed del revisionismo storico imperante. Il terreno principale unitario è proprio quello del contrasto all’egemonia culturale dell’avversario e quindi della difesa ed estensione degli spazi di democrazia ed agibilità politica, con conseguente capacità di larga espressione del dissenso.
 


Attività sociali per la vita e non vita per il lavoro.

 


Una cosa risulta evidente: dopo la crisi nulla sarà come prima. Storicamente il capitale ha già subito un’evoluzione tecnologica dalla linea fordista all’informatizzazione, con una conseguente ristrutturazione, questa frutto anche dell’esigenza di contrastare le lotte dei lavoratori negli anni 60 e 70. Queste spinte avevano anche informato una cultura del cambiamento e portato a conquiste democratiche. Da allora molto terreno è stato perso, anche per la miopia della sinistra istituzionale, ma soprattutto si è persa la cultura del conflitto e conseguentemente della vittoria. Dobbiamo ricreare quella cultura. Battaglia, di per se titanica, che vede una enorme disparità di forze in campo, ma che risulta indispensabile per raccogliere la sfida e moltiplicare i consensi per un diverso modello di rapporti sociali. All’interno della quale la principale contraddizione in cui operare è proprio quella che attiene al conflitto tra lavoro e capitale, che deve essere rivista in un’ottica centrata sull’alternativa tra produzioni di vita in contrapposizione alle produzioni nocive e di morte, per la riconversione dell’industria bellica, dei siti militari, dell’industria pesante e nociva, contro la scelta nucleare che mette a repentaglio la vita e l’ambiente in cui vivono i lavoratori e le loro famiglie. Partendo da un assunto etico secondo il quale produrre strumenti di morte non è e non potrà mai essere uguale a produrre strumenti e tecnologie per la vita ed il cui cardine principale poggia sul diritto universale all’esistenza di tutti i soggetti sociali. Dobbiamo in altri termini affermare che la promessa di posti di lavoro e benessere non può poggiare sull’estinzione di alcuno, sia esso lontano migliaia di chilometri oppure nostro vicino di casa, ma non solo. Produrre strumenti di vita produce vero benessere e posti di lavoro in una spirale virtuosa che lede solo ed unicamente gli interessi delle lobby dell’impero che costruiscono le loro fortune sui ritmi forsennati, sullo sfruttamento, sul lavoro precario e financo sulla morte stessa dei lavoratori, oltrechè sulla guerra ai popoli del mondo. C’è inoltre da smascherare la clamorosa bufala che poggia solo su vacue promesse di lavoro che verranno puntualmente disattese (le industrie belliche hanno aumentato i fatturati, ma diminuito gli occupati) e quindi diviene importante cominciare a ragionare su progetti reali di riconversione che dimostrino, numeri alla mano, la possibilità di creare realmente nuove attività produttive. Di fatto il movimento sindacale, ampiamente supportato dalle formazioni istituzionali della sinistra, centra la sua azione unicamente sulla difesa degli attuali posti di lavoro, battaglia sicuramente giustificata da gravi necessità sociali, ma di per se non portatrice di nuove prospettive di trasformazione e di emancipazione di tutti i ceti popolari nel loro insieme Questi progetti alternativi, invece, possono diventare contenuto unificante per tutto il movimento, legando la lotta alle produzioni militari e quella contro la guerra in generale a quella contro il nucleare e per le produzioni alternative ed anche a quella per salvare o ricreare posti di lavoro (imponendo una diversa dislocazione delle risorse pubbliche). Oppure quella contro le grandi opere e quella contro la militarizzazione dei territori ad una loro restituzione alla fruibilità sociale. Costituisce inoltre un salto dalla semplice posizione di rifiuto ad una proposizione che cominci a delineare la società che vorremmo. Queste nuove scelte devono necessariamente vedere anche il contributo dei lavoratori in un dibattito teso alla sua formulazione rispetto al problema della difesa dei redditi più bassi (salario diretto ed indiretto). Lo ripetiamo, la sfida è titanica, ma pensiamo sia l’unica via per dispiegare un potenziale enorme che giace sopito, si esprime tra i mogugni o con esplosioni momentanee, si evidenzia con le lotte dei lavoratori che salgono sui tetti, ma che necessita di un orizzonte generale che travalichi un quadro politico sordo alle esigenze della gente, basato sulla corruzione e sul malaffare. Qui non si tratta di alternative istituzionali, ma di alternative di modello.
 


Dal modello di “sviluppo” alla decrescita.

 


Diviene indispensabile aprire un discorso di prospettiva che si contrapponga in maniera netta all’attuale modello basato su assunti quali la distruzione di risorse ed esistenze che inevitabilmente porta alla fine del genere umano. Non è solo un discorso di preservazione della specie, ma soprattutto centrato sulla vita per le prossime generazioni. Occorre uscire da un’ottica localistica e di comparto, bisogna cioè che all’interno del movimento antimilitarista venga compartecipato un programma di ampio respiro che coinvolga tutti gli aspetti della vita sociale. In primo luogo la conversione degli apparati produttivi dell’industria bellica e l’utilizzo dei territori su cui sono posizionati gli insediamenti militari. Quindi l’apertura di un dibattito serrato su un nuovo modello produttivo che inserisca meccanismi di produzione a basso contenuto energetico, poi l’introduzione in tempi brevi di nuovi indirizzi nella ricerca scientifica e tecnologica. In buona sostanza occorre compiere un’inversione di 180° rispetto all’attuale modello partendo anche dalla conoscenza dei territori, dalla loro valorizzazione, dalla loro preservazione. Questo presuppone un lavoro di stretta collaborazione con coloro che già si battono su questo terreno e non solo, apre un nuovo ordine di problemi rispetto alla circolazione delle merci, alle filiere produttive e/o alla loro produzione.


La decrescita è un obiettivo che deve essere compartecipato, non può essere imposto e quindi attorno ad esso deve svilupparsi un ampio dibattito non solo culturale, ma anche e soprattutto di fattibilità reale, questo perché si allarghi il consenso a questa opzione. Essa presuppone che l’indice di valutazione delle condizioni di vita di una comunità non si misuri sul P.I.L., ma sulla soddisfazione dei bisogni materiali ed immateriali dei singoli componenti, frutto di dibattito continuo all’interno delle comunità stesse ed ottenuto attraverso varie forme di nuova attività sociale che vadano a costituire il misuratore di riferimento. Ovvio è che la strada da fare è ampia ed ancora non completamente condivisa, proprio per questo dal punto di vista organizzativo pensiamo sia indispensabile una forma permanente di raccordo in rete tra tutti gli spezzoni del movimento contro la guerra e non solo, in un’ottica di dibattito e mobilitazione generale e continua su queste tematiche. Altrettanto ovvio è che il presupposto sia il carattere eminentemente antagonista di questo raccordo perché pensiamo che la via per il raggiungimento di questi obiettivi non possa avere un carattere istituzionale col rischio di stemperarsi in una marmellata dove essi potrebbero diventare merce di scambio per qualche poltrona.
 


La battaglia culturale parte dalla lotta alla privatizzazione dei saperi.

 


Nell’ambito della lotta alla cultura dominante il primo fronte è senza dubbio riferito alla scuola, al tentativo di privatizzazione e quindi di dominio sugli indirizzi di studio e di formazione. L’attacco della Gelmini è solo un tassello di questa linea. In realtà le lobby di potere hanno bisogno, nella scuola pubblica di persone di basso livello, dequalificate e demotivate, il classico clichè del precario. Quindi gli indirizzi di specializzazione debbono essere privatizzati, controllati e selezionati, svolti direttamente nell’apparato produttivo (di stampo militare). Perciò la scienza perde il carattere di neutralità per essere completamente asservita agli interessi del capitale. La capacità critica, di stampo umanistico, viene completamente azzerata e con essa la capacità di opporsi e contrastare i modelli culturali imperanti. Il ruolo che il movimento degli studenti e degli insegnanti oltre alla lotta per la salvaguardia dei precari e per impedire il drenaggio di risorse pubbliche verso la privatizzazione, deve svolgere è soprattutto quella di criticare una scuola che non solo è tornata a  compiere una selezione di classe, ma che dal punto di vista didattico è chiusa al puro nozionismo, non possiede aperture verso nuove concezioni sociali ed economiche. Gli studenti possono e devono riprendere ad essere necessari in una visione diversa della società.


 
In conclusione a questo documento crediamo di aver sollevato più di una questione che possa diventare terreno comune di elaborazione e dibattito per tutto il movimento. Pensiamo che da qui si possa partire per creare quel salto di qualità che ci veda all’altezza della sfida alla cultura della morte per una cultura della vita.

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