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Testo scritto appena uscito dal carcere
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27.05.2009

Testo scritto appena uscito dal carcere

Ciao, ringraziando tutti per la solidarietà fornisco brevemente (purtroppo gli eventi incalzano) qualche informazione e valutazione sui quattro giorni trascorsi in carcere.
Si inizia sabato pomeriggio: "Ma perchè cazzo non sei morto in Senegal?"; con questa frase viene apostrofato nella Questura di via Grattoni un giovane centroafricano, da uno dei poliziotti che lo accompagnano; è lì per farsi prendere le impronte, come a me e a Fabio. L'ho già visto diverse volte a Porta Palazzo, al mercato della domenica. Lo rivedrò alle Vallette.
 
In carcere tocchiamo subito con mano il sovraffollamento. Poichè le sezioni normali traboccano di oltre 1600 reclusi, Io, Fabio e altri passiamo le prime due notti in uno stanzino di emergenza di tre metri per quattro circa: il sabato dormiamo lì dentro in 8, la domenica in 10. Si sta sul pavimento, dividendo le coperte che sono solo sei.
Il lunedi mattina si va in tribunale. Una serie continua di passaggi, che inizia alle 7,30 circa per concludersi alle 14: cella dell'area giudiziaria del carcere, manette, cella del pullman, viaggio, via le manette, cella nel sotterraneo del tribunale, cella vicino all'aula dell'udienza, udienza, e di nuovo cella nel sotterraneo del tribunale, manette, cella del pullman, viaggio, via le manette, di nuovo carcere.
Alle 3 del pomeriggio nello stanzino di emergenza arriviamo al top: 14 detenuti. Da tre giorni ho gli stessi vestiti, e non ci si può lavare perchè le docce sono solo nelle sezioni.
 
Nel secondo pomeriggio si libera un posto nelle sezioni per me e Fabio. Finiamo al terzo piano del blocco B: celle per due persone.
Il terzo piano è diviso in quattro sezioni. Io e Fabio finiamo in due diverse. Sono in cella con uno zingaro slavo, del campo di strada dell'aeroporto, parente di uno che conosciamo perchè frequenta il mercato di Porta Palazzo.
Il martedi mattina durante l'ora d'aria incrocio Domenico; anche lui è al terzo piano, in un'altra sezione ancora; con lui, Alessandro di Milano. Nell'aria successiva Domenico mi fornisce tempestivamente penna, buste e francobolli, per potere scrivere all'esterno. Infatti, apprendo, lo "spesa", cioè gli acquisti che i detenuti possono fare attingendo ai propri soldi custoditi dal personale del carcere, arrivano una volta alla settimana; a volte bisogna aspettare pure 15 giorni. Dunque i primi giorni uno deve proprio arrangiarsi.
Se non mi scarcerano entro le 8 di sera vuol dire che resterò dentro un pò di giorni, dunque ho deciso che dalle 8 di sera in poi inizio anch'io a scrivere.
Alle 17,30 invece mi chiamano per andare via; ribecco Fabio e alle 18 siamo fuori.
 
In pochi giorni si apprendono un sacco di storie e di intrecci interessanti. Le più significative forse quelle dei migranti africani, ce ne sono tantissimi dentro solo per problemi di documenti. Un gruppo della mia sezione è particolarmente interessato anche alla situazione politica italiana, dicono di voler fare qualcosa per cambiare le cose. Con uno di loro, che dovrebbe uscire in settimana, ci diamo appuntamento al mercato di Porta Palazzo.
 
Credo che le attuali condizioni di vita all'interno di questo carcere, i meccanismi di sottomissione all'autorità cui i detenuti sono costretti e la provenienza sociale della maggior parte di essi siano tutti elementi che rendono possibile se non spontanea la solidarietà e la complicità tra reclusi. Tutto sta a vedere come da questo si possano sviluppare dei percorsi di lotta, con il sostegno dell'esterno.
 
Domenico e Alessandro liberi
Liberi tutti
da Indymedia piemonte