Torino. L’anarchia ai tempi della peste
Proposta di incontro e discussione – aperta a tutti gli interessati –
sull’aria che tira, sui tempi che corrono, sulle prospettive di un movimento di
trasformazione radicale che deve fare i conti con gli orizzonti cupi di questo
primo scorcio di millennio.
Se la prospettiva della libertà e dell’eguaglianza tramonta dall’orizzonte dei
più, se il mondo che viviamo è l’unico possibile, se la merce segna un’epoca di
guerra e di sopraffazione, se le identità si raggrumano tra il ciarpame della
nazione e della religione e lo scaffale di supermercato, quali prospettive per
l’azione di chi crede possibile e desiderabile un mondo senza servi e senza
padroni?
Ne cominciamo a parlare venerdì 17 ottobre ore 21 alla FAI in corso Palermo
46-Torino
Chi volesse partecipare anche con uno scritto può inviarlo a fai_to@inrete.it e noi lo faremo girare.
Per info: 338 6594361
Vi sono città e paesi in cui le persone, di tanto in tanto, hanno il sospetto
di altre cose; in generale, questo non ne cambia la vita; soltanto, vi è stato
il sospetto, ed è sempre qualcosa di guadagnato.
(Albert Camus, La Peste)
Quest’incontro scaturisce dal desiderio di confrontarsi, al di là delle discussioni
pratiche che si fanno ogni giorno, sulle prospettive del nostro agire, come
anarchici, come rivoluzionari, come amanti della libertà in un’epoca che vede
il tramonto di ogni desiderio di trasformazione sociale di segno libertario.
Quello che proponiamo non è un astratto argomentare che si scinda, con
un’operazione di taglia e cuci, dalle asperità dello scontro sociale nel quale
siamo immersi, ma mira a cogliere, nel vivo di della lotta, le possibilità e le
prospettive per una narrazione di segno libertario che non eluda il caos ma vi
si immerga per trovare un lessico che sappia ri-farsi comune.
Ci siamo nutriti di universali – i classici che hanno aperto la modernità:
libertà/uguaglianza/solidarietà – definendone il senso e la struttura conflittuale
– quelli più recenti – che della triade assiologica illuminista hanno
distillato i succhi – diversità/molteplicità – ma oggi non sono (più) le leve
che definiscono il nostro mondo. L’anarchismo ha puntato sulla possibilità che
la cesura moderna potesse essere portata alle estreme conseguenze. Morto dio e
tagliata la testa a chi, per diritto divino, si arrogava il potere di dominio
assoluto, la critica al potere in quanto tale, anche nella forma morbida della
democrazia rappresentativa, pareva a portata di mano. Un’illusione, figlia di
certo afflato escatologico difficile da eludere, ma pericoloso nella sua
capacità incantatrice, come ogni storia che voglia una sua filosofia. D’altro
canto l’idea egualitaria, astrazione giuridica che, sin sul piano formale, ha
faticato a conquistare l’universalità pretesa dall’assunto assiologico, lungi
dal assurgere alla materialità della relazione sociale, tende a scomparire
persino dalla formalità del diritto.
L’inattualità dell’anarchismo è consacrata dallo svuotarsi della modernità che
ha trasfigurato i propri postulati nell’estasi della merce, bilanciata da
pulsioni identitarie che rimettono in pista gli orrori della nazione e della
razza.
L’ipermercato e l’ampolla leghista alle sorgenti del Po sono specchi di una realtà
dove libertà è l’accesso alle merci, uguaglianza è la comunione dei simili che
si riconoscono escludendo l’altro da se.
Viviamo una realtà sociale frantumata, di cui è cifra la guerra tra poveri, la
guerra come orizzonte permanente, quasi senza pareti tra conflitti interni ed
esterni.
La trincea della paura ne è il segno distintivo, la metafora più convincente.
In trincea non si scorge altro orizzonte che quello segnato dal filo spinato
oltre la sponda, dove i nemici sono pronti ad affondare le baionette nella
carne viva. Il nemico diventa nemico assoluto, irriducibile ad ogni possibile
riconoscimento nell’universalità dell’umano. La stessa nozione di “diritto
umano”, sulla quale si giocano formali partite sulla misura della altrui
civiltà, diviene alibi di guerra, pur rivestita dalla maschera dell’intervento
salvifico, intrinsecamente super partes.
Credere agli incubi può far sì che si realizzino. Viviamo un pianeta dove le
risorse disponibili sono dissipate in un delirio d’onnipotenza nell’eternità di
un oggi senza domani, immaginato nel continuo ritorno della novità della merce,
dove il nuovo è mera tecnica comunicativa che non ambisce ad una proiezione
futura. Se a ciò si aggiunge che in grande maggioranza coloro che vivono questo
nostro stesso pianeta sono irrimediabilmente esclusi dall’accesso alla merce
nella sua materialità ma parimenti investiti dal suo intollerabile portato
simbolico, l’immensità del baratro nel quale stiamo scivolando diventa
immediatamente attingibile.
Non basteranno gli eserciti, le bombe, le torture, lo sterminio da malattie
curabili, i muri armati a difesa della frontiere ad impedire che la guerra
arrivi sulle soglie delle linde case di chi abita i luoghi dove ci si ammala
perché si mangia troppo.
La peste è alle porte.
Quando la peste arriva non si può far altro che rimboccarsi le maniche e
lottare con le unghie e con i denti per fermarla, soffocando la tentazione di
fuggire dai suoi miasmi ammorbanti. Il nostro agire rischia tuttavia di farsi
semplice resistenza, senz’altra prospettiva che quella di rallentare,
inceppandolo qua e là, il meccanismo. Se il capitalismo diviene pervasivo come
una seconda natura, se lo Stato, ed in generale la gerarchia, definiscono
l’orizzonte del possibile e del desiderabile, se oltre non c’è che la follia
religiosa, è giocoforza agire sui frammenti di una realtà sociale dimidiata
dalla guerra, incapace di nutrire “il sospetto di altre cose”, quel sospetto
che forse non trasforma la vita, ma senza il quale non è neppure immaginabile
il cambiamento.
Il nostro impegno, come anarchici che attuano ogni giorno la resistenza, non
può fare a meno di essere volto a far sì che si manifesti “il sospetto”che vi
sia dell’altro, che si possa andare oltre rompendo lo specchio che riproduce
all’infinito il nostro oggi.
Stare dalle parte degli oppressi e degli sfruttati è normale, costitutivo del
nostro essere anarchici, tuttavia il difficile è nella declinazione del come.
Il linguaggio della resistenza è immediato e trova, qua e là, compagni di
strada, gente disposta a non chinare il capo, a mettersi in gioco per
ostacolare politiche razziste, classiste, sessiste, predatorie. Il conflitto
sociale è regolato da strategie di controllo di stampo squisitamente
disciplinare. Contrastarle fa parte di una lingua che facilmente si fa comune,
che mostra ai più, a chi pensa che la partita sia persa in partenza che è
sempre possibile fare qualcosa, è sempre possibile aprire nuovi sentieri.
Sebbene il lessico della resistenza trovi qua e là consenso, tuttavia quello della
rivoluzione, quello dei liberi ed eguali, delle libere ed eguali, si impantana
sempre più.
Come individuare le sottili tracce nel bosco che portano alla radura dove si
manifesta “il sospetto che vi sia altro”? Che non basti dirlo lo sappiamo, come
sappiamo che le parole che lo dicono suonano false, prive di mordente,
irrimediabilmente “passate”. Il nostro futuro, quello che abbiamo imparato ad
amare, senza essere – quasi – mai stato attinto, è scomparso dall’orizzonte
degli sfruttati e degli oppressi. Moneta fuori corso, usurata dal non uso, non
seduce né appassiona. Solo gli artifici della retorica ne conservano una
residua credibilità, spesso ancorata ad un narrare di ieri che mantiene un’aura
di passione altrimenti sopita, dimenticata, scalzata.
C’è chi ritiene che il lessico comune che si produce nell’immediatezza della
resistenza senza andare oltre, sia un bene, perché in tal modo fonda – sia pur
provvisoriamente – la propria irriducibilità alla logica del dominio. Il
rischio serio è che fondi parimenti l’inattingibilità della prospettiva
anarchica.
Ciò che apre o chiude un orizzonte è la sua desiderabilità, un suo parlare che
si faccia narrazione, storia di uno e storia di tanti, humus in cui affondare
radici e insieme ascia che taglia i rami morti. Ciò che mette in gioco o getta
fuori dall’arena la rivoluzione non è la possibilità di farla, ma il desiderio
che si realizzi. In altre parole serve una lingua comune che vada al di là
dell’immediato, che sappia sedimentarsi e farsi energia di trasformazione.
Altrimenti si cade nell’illusione che la meccanica possa più della coscienza,
che quest’ultima non sia che una derivazione della prima, che la rottura
dell’ordine sociale sia la chiave di ogni possibile rottura dell’ordine
simbolico.
Talora la materialità di certe fratture – la barricata, la rivolta, lo sciopero
ad oltranza, la disobbedienza generalizzata, a volte basta un sasso, un no, un
basta – spesso innesca accelerazioni impreviste ed imprevedibili anche sul
piano simbolico, o contribuisce ad incrinare altri piani di oppressione, ma
difficilmente questo avviene in assenza di una sia pur minima prefigurazione
utopica di segno libertario.
Se non so dove andare, andrò in giro senza meta, forse arriverò da qualche
parte o forse continuerò a calpestare la stessa polvere di cortile.
Se voglio che tutto cambi, perché sono sfigato, basterà che la sfiga finisca
per poter sedere anch’io alla tavola imbandita, tirando calci a chi, come me
ieri, sgomitava per arrivare alle briciole.
Chi invece non ha nulla da perdere, non necessariamente vuole far saltare
l’assetto del mondo.
Se non voglio più nulla perché penso che tutto mi sia precluso, a volte sfascio
tutto: macchine, cabine telefoniche, scuole e strade, la faccia dei poliziotti
e quella di qualche sfigato diverso da me. Poi ci saranno folle di sociologi,
politici destri e sinistri, che mi vorranno raccontare, infilzandomi
nell’ordine dei loro discorsi. Ci sarà anche chi apprezzerà la mancanza di
logica e su questo costruirà l’ordine del suo discorso, un ordine fatto di
rotture, peccato che, anche lui, finisca con il parlare per me. Che non dico
niente. Punto. È successo in Francia, domani potrebbe capitare anche da noi:
sapremo evitare la retorica delle periferie in fiamme, la poesia sommessa del
caos, per registrare che l’afonia non parla in linguaggio cifrato la rivolta
contro lo stato e il capitale? E tanto meno la rivoluzione?
Non ci sono scorciatoie: se si vuole fare il pane occorre impastare acqua, sale
e farina. Un alchimia semplice ma che dice molto a chi sa ascoltarla. Per
imparare a farlo occorre provare, per provare serve volerlo fare. Le storie –
necessariamente plurali - le si racconta mentre le si fa, le si fa mentre le si
racconta.
Non è molto ma forse non c’è altro modo per coniugare l’anarchia ai tempi della
peste.
Il dibattito è aperto…

