Torino. Sangue e merda. Note a margine
In
questi giorni a Torino si è fatto un gran parlare di merda e di ristoranti di
lusso. Una storia ghiotta per i riflettori dei media, sempre a caccia di
sensazioni, una storia ancora più ghiotta per i vari politici che affollano la
scena istituzionale all’ombra della Mole.
Noi vogliamo parlare d’altro. Vogliamo parlarvi di sangue. Il sangue di due
tunisini che, sabato 21 marzo, si sono incisi a fondo le braccia, macchiando il
cortile del CIE, la prigione per migranti dove erano rinchiusi. Era il “loro”
giorno: li attendevano le camionette che li avrebbero condotti al porto di
Genova per imbarcarli a forza verso un paese dove non potevano né volevano più
vivere.
Il
video di quel sangue è stato cancellato da youtube perché certe brutture non si
devono vedere. Robe dell’altro mondo, il mondo separato dei “senza carte”,
uomini e donne dichiarati illegali, rinchiusi in attesa di deportazione. Per
loro soprusi, pestaggi, cure negate, sedativi nel cibo sono pane quotidiano. E,
a volte, ci scappa anche il morto. Come a Torino, il 23 maggio scorso, quando
un immigrato, lasciato senza cure, è morto di polmonite. A Roma un algerino
stava male: è stato curato a manganellate ed è morto nella sua cella il 19
marzo.
Il
governo in febbraio ha deciso di prolungare la reclusione dei CIE da due a sei
mesi. Da allora è partita una disperata resistenza.
Nei
CIE di Torino, Milano, Roma, Bari, Gradisca, Bologna ci sono stati scioperi
della fame, materassi bruciati, proteste sui tetti. A Bari in tre si sono
cuciti le labbra.
La
polizia reagisce a suon di botte, minacce, perquisizioni con cani, telefoni
spaccati.
Ovunque,
nelle gabbie per immigrati, si levano urla. Urla nel silenzio.
Viviamo
tempi terribili. Tempi segnati dalla paura e dall’indifferenza.
I
codici malati del razzismo e della xenofobia ne sono il segno distintivo e la
chiave di accesso. La rottura dei legami che gli oppressi e gli sfruttati hanno
intrecciato nel segno della libertà e dell’uguaglianza chiude un’epoca e ci
consegna ad un futuro di barbarie. In questi ultimi trent’anni la separazione
si è consumata passo dopo passo, delineando una rottura, che ha trovato piena
espressione in un corpus di leggi che creano un diritto diseguale.
Un’aberrazione persino per il più conservatore dei liberali. D’altro canto
senza solide basi materiali eguaglianza e libertà sono solo vacui principi, e
comunque la distanza tra la forma e la sostanza è sempre
stata grande.
Nondimeno
la sanzione giuridica della disuguaglianza, poiché le leggi sono
rappresentazione ritualizzata dei rapporti di forza all’interno di una società,
è il segnale che il terreno del conflitto sociale sta spostando il proprio
asse: lo scontro di classe cede il passo alla guerra tra poveri.
La
valenza simbolica e reale di questo evento è enorme ed apre la via ad un
processo di normalizzazione violenta dello spazio sociale. Nell’ultimo anno
sono stati criminalizzati comportamenti banali come il bersi una birra in
strada, fare caciara con gli amici ai giardinetti, tirare tardi al bar. Una
società in guerra dichiara il coprifuoco, restringe le libertà formali, accusa
di intelligenza con il nemico chi si oppone al macello. Il moltiplicarsi degli
uomini armati per le strade è il necessario contrappunto al moltiplicarsi di
divieti e prescrizioni. I cittadini che si fanno poliziotti, incubo fascista,
con il crisma della legalità rischiano di diventare rapidamente vere
squadracce.
Come
una marea lenta ma poderosa questi provvedimenti sono tasselli diversi che ben
si incastrano nel disegnare un mosaico di guerra permanente, dove l’attitudine
a trattare le questioni sociali in termini di ordine pubblico, venuta maturando
negli ultimi due decenni, si dispiega senza più alcuna remora, poiché forte del
sostegno dei tanti, troppi, che il lessico della paura serra in una morsa di
xenofobia e razzismo.
La
paura travolge ogni resistenza etica, imbriglia le coscienze, evoca barriere e
filo spinato.
Se
non sapremo sconfiggere la paura e la rassegnazione che attraversano le città
il limite degli orrori pensabili, quelli relegati nel passato, potrebbe
spostarsi ancora. La nostra società ha da tempo oltrepassato l’orlo del
baratro: la discesa è sempre più rapida e violenta. Ci auguriamo di non
arrivare al fondo, dove muri robusti difesi da guardie armate, non lasciano
alternativa alla guerra civile. C’è chi pensa che ormai sia inevitabile e che i
giusti non possano che scegliere la propria barricata. Lo riteniamo possibile
ma non auspicabile, poiché in una società spezzata in due, quando alla paura
degli uni fa da contrappunto la furia disperata degli altri, non c’è spazio
all’anticipazione di un tempo diverso, scandito dal ritmo della libertà e
dell’eguaglianza. Eppure non ci sono alternative: o si cambia davvero o non si
cambia affatto, se non in peggio. Tra le rovine non si vive, si sopravvive.
Di
questi tempi parlare di rivoluzione non è un anacronismo, un lusso degli scorsi
decenni, ma l’unico orizzonte che non ci consegni un futuro a tinte sempre più
fosche.
L’anima
della rivoluzione è fatta di conflitto e prefigurazione utopica, di rotture e
sperimentazioni e si costruisce giorno dopo giorno nell’humus della
solidarietà, nella condivisione di un insieme di valori, nel loro inveramento
nella pratica.
Stiamo
attraversando il deserto e in fondo non c’è nessuna promessa. Ma il deserto si
attraversa in molti modi e attraversarlo bene è importante quanto arrivare alla
fine.
Non
c’è più spazio per gli indugi.
Non c’è
tempo da perdere. Questa è una storia che si racconta facendola, dove la
resistenza necessaria si intreccia con la paziente tessitura di relazioni
durature, in un continuo rimando tra un piano e l’altro, alla fin fine
strettamente allacciati, fusi, indistinguibili.
L’indignazione
non basta: occorre agire concretamente per inceppare la macchina delle
espulsioni, il caporalato nero come quello in guanti legali, occupando metro
dopo metro tutti gli spazi di libertà possibili.
Cooperative
e associazioni che gestiscono i CIE, le prigioni per migranti, collaborando
attivamente alla macchina delle deportazioni, non devono avere vita facile.
Nelle strade, nei mercati, nei posti di lavoro ci mettiamo in mezzo per
impedire o almeno intralciare l’applicazione delle leggi razziste.
Pur
tra mille difficoltà cerchiamo di contrastare le retate sui tram e nei
quartieri, dando solidarietà ai lavoratori immigrati in lotta, sostenendo chi
si ribella ai centri di detenzione, tenta la fuga, sciopera, si rivolta
apertamente.
Piccoli
passi faticosi, spesso illegali, rischiosi. A volte servono, altre sono
inutili. Eppure necessari, terribilmente necessari.
In
un’epoca che fa di tutto uno spettacolo da consumare con rapida voracità, a
volte è forte la tentazione di agire per il mero gusto di creare scalpore,
avere visibilità e, di riflesso, farne avere a chi non l’ha. È una tentazione
che capiamo nella sua tensione etica ma proviamo a non caderci, perché chi ha
in mano le leve potenti dei riflettori sa come indirizzarli, annullando il
senso del nostro agire. Intendiamoci. Ogni agire, è sempre, anche, agire
comunicativo. Non se ne sfugge, come non si sfugge al giogo dell’informazione
di massa che manipola e cancella. Di fronte ai moloch bisogna divenire più
agili ed intelligenti, eludendo le trappole e cercando un confronto diretto con
chi ci vive intorno, con i mille gangli vitali di questa città.
Torino
è strangolata dalla crisi: le fabbriche han ceduto spazio ai centri commerciali
e la gente fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Il mito del capitale come
unico orizzonte di benessere e felicità si infrange di fronte al mutuo da
pagare, ai costi dell’istruzione, della sanità, della casa.
Il
rutilante circo Chiamparino non basta più: passata la sbornia olimpica restano
debiti e enormi inutili scatoloni di cemento.
E
chi governa comincia ad avere paura.
Paura
della rabbia di chi è venuto nel nostro paese per rosicchiare un pezzo di
futuro e si trova schiavo del lavoro che rende liberi. Liberi di accettare
lavori pericolosi, malpagati, usuranti solo per avere le “carte in regola”.
Paura
che i lavoratori italiani comincino a capire che i loro nemici siedono nei
consigli di amministrazione delle aziende, e che la precarietà per legge
colpisce tutti, ovunque siano nati.
Paura
che le parole e la pratica concreta della solidarietà – oggi patrimonio di
pochi – divengano contagiose.
Paura
che la lotta si estenda, che torni nelle barriere operaie il gusto della
resistenza, un agire che prefiguri un domani nel segno di libertà ed eguaglianza.
E
chi ha paura reagisce male, mette in campo tutta la potenza del suo apparato di
propaganda, criminalizza, ridicolizza, umilia ogni forma di opposizione
sociale.
E
prepara teoremi repressivi nei confronti dei nemici politici. In particolare,
ma sarebbe da sciocchi stupirsene, contro gli anarchici.
I
mezzi sono i soliti, ben noti. Si mescola la merda con la polvere nera, si
disegnano improbabili connubi, si scrivono genealogie fantastiche e si mette
ciascuno di fronte alla poco allettante scelta tra il personaggio dell’inutile
idiota e quello del criminale.
Noi
non ci stiamo.
Non
ci va di far la parte dei bravi ragazzi fuori dal tempo e nemmeno quello dei
principi neri dell’anarchia. Roba da feuilleton.
Non
abbiamo mai fatto mistero che lettere esplosive e cassonetti farciti al tritolo
non ci piacciono.
Per
evitare comodi fraintendimenti precisiamo di considerare doverosa la
solidarietà con quanti sono stati oggetto delle attenzioni della magistratura
per questi episodi, ma non vi troviamo un buon motivo per tacere le nostre
opinioni.
Colpire
un passante che porta a pisciare il cane o una cameriera filippina che butta la
mondezza alla Crocetta è lontano dai noi come il peggiore squadrismo fascista.
Ha le stesse modalità autoritarie della violenza legalizzata dello Stato. Poco
ci importa se chi lo fa sia al servizio della questura o lavori gratis: la
sostanza non cambia. D’altra parte chi usa un acronimo uguale al nostro per
firmarle dimostra sin troppo bene che il principale destinatario di certe azioni
sono gli anarchici sociali. Vorrebbero vederci scegliere tra un ruolo da buoni
e cretini e uno da cattivi e conniventi. Ancora una volta non ci stiamo. Giorno
dopo giorno, non abbiamo timore ad immergere le mani nella lotta sociale, non
ci preoccupiamo se il nostro agire sia legale, ma nemmeno consideriamo
l’illegalità un blasone di nobiltà, perché sappiamo che la strada per la
libertà e l’uguaglianza non ha nessuna scorciatoia. Un sistema basato sullo
sfruttamento e l’oppressione più nera non può essere riformato, ma la
radicalità del cambiamento necessario dipende dalla partecipazione attiva degli
oppressi e degli sfruttati. Un mondo di liberi ed eguali si costruisce con la
libertà e l’uguaglianza: la coerenza tra il fine perseguito ed il mezzo adottato
è condizione necessaria ad arrivare dove si vuole e non dove conduce la strada.
Ormai
da mesi media, politici, polizia e magistratura, ciascuno nel proprio ruolo,
stanno tentando di criminalizzare ogni forma di resistenza alle leggi razziste,
alla normalizzazione del territorio, alle politiche di esclusione sociale. Il
prefetto Padoin ha detto senza mezzi termini di temere la saldatura tra
opposizione politica e opposizione sociale.
E ha
ragione, perché questo è il nostro obbiettivo, questo è l’obiettivo di tanti in
questa città.
Ci
muove un’urgenza. Rompere il fronte della guerra tra poveri, demolirne mattone
su mattone la logica, rivelandone il senso e contrastandone la propaganda e la
pratica quotidiana nei quartieri che viviamo. Il nostro percorso si intreccia
con quello di chi, come noi, sente quest’urgenza.
Se
un giorno qualcuno ci chiederà dov’eravamo quando deportavano la gente, quando
le ronde imperversavano per le strade, quando uomini e donne morivano in mare e
nei cantieri, quando i caporali avevano i loro schiavi, vorremmo poter
rispondere che eravamo lì, con gli altri, a passare il deserto.
Torino,
26 marzo 2008
I
compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese – FAI
Per
info e contatti: 338 6594361 fai_to@inrete.it

