Torino. Striscione per Joy al CIE
Torino, 24 marzo 2010
Di fronte al CIE di corso Brunelleschi è apparso uno striscione con la scritta “Joy, uno sbirro la stupra, lo Stato la deporta”.
Joy, con gli altri reclusi nel CIE di Milano si è ribellata al prolungamento da due a sei mesi della detenzione nel centri.
Joy ha denunciato il poliziotto che, lo scorso agosto, ha cercato di violentarla.
Joy uno di questi giorni potrebbe essere deportata. Nel suo paese, la Nigeria, rischia la vita perché i papponi da cui è fuggita la cercano, ma chi vuole tapparle la bocca non guarda in faccia nessuno.
Non permetteremo che sulla sua storia cali il silenzio.
Foto dello striscione e un breve testo sulla sua storia.

Chiudere i CIE,
aprire le frontiere!
Nelle prigioni per migranti, i CIE, soprusi,
pestaggi, umiliazioni, cure negate, sedativi nel cibo sono pane
quotidiano. Lì chiudono i “senza carte”, uomini e donne colpevoli di
cercare un’opportunità di vita nel nostro paese. Vengono dai tanti Sud
del mondo: sono fuggiti dalla miseria, dalla guerra, dall’oppressione e
qui hanno trovato sfruttamento bestiale, razzismo, leggi speciali.
Lo scorso agosto, quando il
pacchetto “sicurezza” è diventato legge e la reclusione nei CIE è
passata da due a sei mesi, nelle gabbie degli immigrati è divampata la
protesta, con scioperi della fame, episodi di autolesionismo, materassi
bruciati, tentativi di fuga.
Per lunghe notti, dalle prigioni dei
senza carte si sono levate grida. Grida nel silenzio.
Nel CIE di
Milano la protesta è diventata rivolta. 18 uomini e 5 donne sono stati
arrestati.
Le ragazze si chiamano Joy, Hellen, Priscilla, Debby,
Florence: alla prima udienza del loro processo – all’apparire in aula
dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso – hanno gridato forte.
La loro rabbia andava oltre la paura. Addesso aveva fatto violenza a
Joy, convinto che una ragazza in prigione, africana e prostituta non si
sarebbe ribellata. Invece la dignità è più forte della violenza dello
Stato, più forte del giogo patriarcale.
Il racconto della ragazza la
dice lunga su chi, vestendo la divisa, pensa di poter disporre
liberamente dei corpi rinchiusi dentro al CIE. Gente senza carte, senza
diritti, senza futuro. Durante la rivolta la violenza dei poliziotti non
certo per caso si è concentrata su di lei e sulle ragazze che avevano
assistito ai violenti palpeggiamenti di Addesso. A terra, ammanettata, è
stata più volte manganellata come anche le sue compagne. Il suo rifiuto
le è costato anche un pugno in faccia dall’ispettore-capo in persona.
In
settembre le ribelli e i ribelli del CIE sono stati condannati a sei
mesi. Uno di loro a dicembre l’ha fatta finita uccidendosi. Sapeva che,
per gente come lui, le gabbie non finiscono mai. E la forza che l’aveva
sorretto nel deserto, nel mare, nel CIE per migranti, l’ha infine
abbandonato.
Le cinque ragazze, finiti i sei
mesi, sono state (ri)portate nei CIE.
Joy da qualche giorno è in
quello di Ponte Galeria, a Roma. Qui da due settimane gli immigrati
scioperano e protestano contro le restrizioni imposte dalla cooperativa
Auxilium, subentrata alla Croce Rossa nella gestione di un centro tra i
peggiori d’Italia. Auxilium ha deciso di tenere chiusi in cella i
reclusi, permettendo l’uscita solo per l’ora d’aria. C’é qualcuno che
ancora dubita che i CIE siano galere?
Per Joy e due sue compagne,
Hellen e Florence, il CIE di Ponte Galeria è l’anticamera
dell’espulsione in Nigeria. Nonostante la ragazza abbia intrapreso il
percorso per ottenere il permesso in base alla legge che “dovrebbe”
tutelare le vittime di tratta, la vogliono buttare fuori. Le sue accuse
all’ispettore capo del CIE Addesso la condannano alla deportazione. Un
poliziotto prova ripetutamente a stuprarla, lo Stato la butta fuori per
tapparle la bocca.
In Nigeria la aspettano gli stessi
papponi che l’hanno portata in Italia con il miraggio di un lavoro da
parrucchiera, che già hanno minacciato la sua famiglia perché lei non ha
ancora saldato il “debito” con i suoi sfruttatori.
Agli angoli delle nostre strade sono
tante quelle come Joy, nate senza futuro, con in corpo la violenza dei
papponi e quella dello Stato.
Se un giorno qualcuno ci chiederà
dov’eravamo quando deportavano la gente, quando davano la caccia agli
schiavi nelle campagne, quando uomini e donne morivano in mare e nei
cantieri, quando i caporali stringevano le catene al collo di qualcuno,
quando un uomo in divisa stuprava una ragazza nel CIE, vorremmo poter
rispondere che eravamo lì, con gli altri, a resistere alla barbarie.
Anche se un giudice ci chiamerà delinquenti, perché sappiamo bene che i
delinquenti, quelli veri, siedono sui banchi del governo e nei consigli
di amministrazione delle aziende.
Se non ora quando? Se non io, chi
per me?
Federazione Anarchica - Torino
Corso
Palermo 46 – ogni giovedì dalle 21
338 6594361
fai_to@inrete.it

Joy.
Uno sbirro la stupra, lo Stato la deporta

